venerdì, 19 dicembre 2008
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NEL CUORE DEL PAESE

"Vivo, soffro, sono qua. Con l'astuzia e con l'inganno, se necessario, lotto per non essere tra chi è stato dimenticato dalla storia." J.M.COETZEE

I rintocchi veementi delle campane dei vespri, fiaccavano le resistenze del giorno schiacciandolo sui    rivoli di luce gialla sgorgata dal braccio dei lampioni, ripiegato intorno alle vecchie e statuarie mura, pendenti lungo il profilo del borgo.

La ruota dell’estate, slittava intorno al rugginoso perno dell’altalena che l’aveva a gran voce acclamata, gracchiando tra il cicaleccio rumoroso delle catene agganciate su solide assi di legno, scavate tra l’erba appassita.

Il campanile svettava in tutta la sua magnificenza, ergendosi come estremo baluardo di difesa dall’arido vento sfilante da nord, che di qui all’inverno, avrebbe imperversato dalle granitiche montagne, sfrondando il residuo fogliame rimasto indenne sulle imponenti chiome d’ippocastano.

La stagione degli incanti sfioriva invano sulle umide nebbie, sopportando il rimpianto delle attese e il peso schiacciante sulle giornate che, a dire dei New Trolls “sembravano eterne”, ricolme di una sprigionante energia, quando il giorno balenava il proprio fulgore accecando i segni della sventura, lontani ancora da venire.

Il miracolo allora non impiegava molto a considerarsi, trasposto sui fili di un terrazzo, tra le estremità del volto disteso di Anna e un malcelato sorriso affrescato nei suoi occhi, reso ancora più dirompente dai profumi del bucato disteso.

Il paese ripiegato ora in un greve silenzio, ritrovava i segni dell'amenità rapita dal fugace folclore turistico, riportando in luce i millenari resti di un corpo sopravvissuto agli assalti dei briganti e dei ladroni.

Agli stenti e alle privazioni; alle guerre e alle malattie;alle fatiche del giorno e a quegli slanci sostenuti tra le “involuzioni “ granitiche di una montagna cannibale e autoreferenziale, che ignara di tutto, inghiottiva se stessa e il resto del mondo con lucida fermezza.

Una fermezza di principio su cui misurare il rapporto con se stessi e il circostante,  rivisitato senza paraocchi attraverso una solida disciplina terrena, utile a comprendere la bussola dell’esistenza nello spaesamento continuo.

Le impennanti traiettorie dei fumi dei camini, o la scioperataggine dei perdigiorno accampati nei bar a godersi il tempo scendere su un mazzo di carte, intorno ad un tavolo da gioco, con i solidi contorni di alcol ad accompagnarne le virtù, non offuscavano il sentiero di via tracciato dallo sguardo fermo al suolo delle pianure dei campi e sui pendii scoscesi, dove i boschi di castagno feriti dall’inchiostro endemico del male perivano silenziosamente.

Il tempo rimaneva il custode più fedele di un dettato, riscritto occasionalmente al passante distratto o al visitatore di turno, banalmente concentrati nell’indifferenziato contorno.

“Il mantra”dei chiavistelli delle serrature, liberava la mente da un silenzio stipato fin nelle più profonde cavità, aprendo le porte del giorno al regolare trillo della sveglia, che di soprassalto schiariva la visuale dei sogni sfumandoli al risveglio.

La legge della natura confliggeva con quella degli uomini, quando le necessità di vita di un platano secolare, abdicavano all’inopinata ragion di stato dell’abbattimento, per la salvaguardia di un terrazzo sorto sul ciglio della strada dall’assalto delle radici; o quando l’esistenza di un gattino randagio, si consumava rapidamente tra l’uniforme indifferenza dell’asfalto bucato dalla velocità delle macchine, troppo elevata per l’abituale cadenza del ritmo quotidiano, pronto a sostenere il peso della vita, quando questa lo avrebbe richiesto.

 

 

 

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martedì, 05 febbraio 2008

KandinskiLA BELLA ESTATE

"Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui". Philip Roth

La liquida luce dei fuochi d’artificio incorniciava il souvenir di un’estate sfiorita, lisa accecata dagli scatti  in sequenza dei petardi lanciati su un cielo limpido, costellato a festa, incautamente inneggiante a solennità divine risvegliate dalla veemenza dei colpi, assestati sull’intero versante nord , tra le note settembrine dell’aria.

Un furore denso e misurato sopravanzava l’intera scia intera luminosa, riannodando i fondamentali istanti impressi, tra quelle bizzarre fantasie in quota, sfumate sulle umide nebbie sospese in banco.

Una generosa e spassionata vena, intrisa di malinconia e stupore, colorava labili e innocui frammenti spenti ancor prima di lambire tegole e grondaie vicine.

Le raffiche di entropia che avevano condensato l’aria saturandola di una pesantezza astrale, avvolsero strade e  piazze vicine in un rintrono frastornante.

Un’avida scure dalla tempra d’acciaio e dal fragoroso impatto, violava l’armonia cosmica squassandone ordine e  compostezza.   

Il cielo piatto e sereno, vaporizzò in fretta i cumuli di macerie di tutto quel cascame della finzione sapientemente adattato con estro, dispensando di nuovo antiche grazie e solide virtù alla cornice usurpata dalle “ostilità belliche”.

Le fronde aperte degli ippocastani e delle acacie vicine, innalzate dal tempo e dalla radice degli sforzi, riassunsero pian piano sembianze naturali, riportando in vita ciò che il marasma cieco aveva offuscato.

L’apocalisse scampata lasciò spazio allora allo stupore, all’incredulità ,alla meraviglia e a quel piacere inutile di sentirsi un corpo estraneo, scoperto dalle categorie della mente, che nell’incertezza determinava la paura tra la folla, che a passo spedito spingeva la notte più in la, fino alle prime luci dell’alba, senza prima però aver onorato la pratica del commiato, severamente imposta agli avventori prima del ritorno a casa, alla fine di una stagione che non ammetteva repliche.

Il domani avrebbe girato di nuovo sui cardini della vecchia porta d’ingresso della casa di M, gracchiando a passo lento e bastone in mano, attorno a orari di ambulatorio sfilati dalle rigide affissioni in bacheca.

Giorni, date, luoghi e momenti marcati sulle pagine fitte di un calendario di perdurante attesa,  che fuori dal tempo e dagli acciacchi, ampliava e vivificava questo insopprimibile bisogno. 

Una necessaria consapevolezza, che si rivelava puntualmente lenitiva verso timori,  preoccupazioni  e speranze, certificate a giorni alterni con regolare visita medica.

Disillusioni amare e sapori di vendetta invece, precipitarono dal balcone di C, planando su un fondale oscuro di sampietrino, occupato da quel che restava di una vita appesa a un soffitto, bucato a colpi di piccone e umiliazioni.

Morsa a denti stretti dal dolore, la vita arrestò la perentoria fuga in avanti della follia, distesa oramai a piedi uniti su una costola di tramezzo, buttato giù da una parete interna e poggiato sotto un ponderoso atlante geografico, rispettoso degli incerti confini tracciati su un sentiero di libertà rubata a caro prezzo.

Vicino una vecchia radio gracchiava frequenze distorte, disseminando smarrimento e confusione verso chi aveva udito il richiamo.

Le pietre tolte e gettate in pasto al suolo tentatore, fecero da cornice ad una folla brulicante, compatta e decisa a prendere possesso degli spazi gratuiti offerti ai praticanti di cure.

La magica ebbrezza incapace di tradursi in luogo, o confine certo, si esauri nello stridulo vociare dei curiosi, attirati dal senso di sfida, lanciato dal destino danzante su una ringhiera arrugginita di un balcone.

Tra i convenuti, c’era chi rimarcò la felice intuizione della divina provvidenza, che con braccia forti e sicure ne accolse la discesa. Chi invece con occhi più vicini al mondo, non poté fare a meno di annotare nel proprio taccuino, quella stretta solitudine, affogata nel pantano dell’indifferenza, che si consuma nella “gestione della notte” lasciata ai singoli, con Dio oramai morto e i supremi valori svenduti al mercato dell’effimero.

Il tempo largo e immobile rubava l’attesa, anticipando rivelazioni su un futuro incerto, figlio del caso, della necessità e del dolore lancinante alzatosi dalla sirena dell’ambulanza in arrivo.

La vita riprese corso tra la dimora sicura di una culla, con il volto rannicchiato e innocente di L, pronto con serena pacatezza ad abbozzare un sorriso, prima di perdersi nel sonno.    

Tra l’ostinazione e il coraggio della natura, che dai rinati germogli di un platano, sopravvissuto ad una potatura violenta,  rialzava gli occhi dalla miseria umana.

Tra le foglie libere dei rami, capaci di coprire le buche di un asfalto sconnesso e tra i lampioni pendenti sulla testa del viale, disteso come la linea dell'orizzonte.

Tra le esplorazioni giocose dei bambini appollaiati sul marciapiede alla ricerca di novità, e l’ansia delle madri per il pericolo incombente.  

Tra l’inviolabilità della bellezza che resisteva agli urti e alle oscillazioni, bucando  la soglia del volto di Anna, apertosi in pieno giorno, su una finestra dischiusa come riserva di valore, cui attingere nei momenti del bisogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Matera_sasso_caveosoIL VANGELO SECONDO GESU'

"La coscienza che l'uomo ha di Dio è la conoscenza che ha di se stesso". FEUERBACH

Un affresco di verità è quello che emerge dalle pieghe della  "Passione secondo Matteo” di Pasolini.

Una verità autentica, depistata, spesso stravolta e riadattata ad un filone culturale e ideale, quello di “Santa Romana Chiesa”, con dettami propri, poco fedeli alla storia e molto invece a quelli della “missione di fede”.

Il “Gesù storico”che vi trova posto, quello dei vangeli apocrifi, è la ricostruzione sincera e devota della vita e del pensiero di un uomo, che in antitesi ad un potere costituito e ad una concezione dominante,  decide fino al sacrificio estremo di cambiarla in nome di un ideale ed una visione del mondo nuova.

Un segnale troppo forte per il suo tempo, rivoluzionario.

“La buona novella”come pratica di vita.

La storia come motore del mondo e l’uomo posti fuori il recinto della sacralità divina.

L’immanenza messa a contatto con la “trascendenza ultraterrena” senza intermediazioni.

Non colpa, espiazione e peccato , ma indulgenza verso il ladrone pentito: “se dici queste cose anche tu entrerai a far parte del regno dei cieli”.

Poteva l’istituzione del tempo accettare questo messaggero di verità con la sua carica rivoluzionaria?

Vi era un solo modo per fermarlo; crocifiggerlo e deificarlo, in nome di una “ verità nuova” riscritta di proprio pugno.

Colpa ed espiazione, cos’altro erano dopotutto se non un programma di orientamento delle coscienze?

Pasolini pienamente consapevole di ciò, decise di mostrarci allora Gesù spoglio di queste  “verità”.

L’uomo con le proprie paure e insicurezze, mancanze e tormenti per “l’assenza del padre”.

“Se ci presentassero questo Dio dei cristiani ci crederemmo ancor meno”, scriveva Nietzsche ne “L’anticristo”.

Il Dio che mena la spada della chiesa istituzionalizzata; il Dio dell’odio e della vendetta.

Dell’accettazione incondizionata ed estrema di una fede come diritto assoluto e inviolabile.

Di un potere che resiste alla storia e al tempo, perché puntellato nelle certezze propri dogmi.

La religiosità e la sacralità trovano posto nel recinto di fede di ciascuno di noi , in quanto “certezze” non ascrivibili a riti vuoti e mediati, ma a situazioni insite alla condizione dello spirito.

Precetti e osservanze come segni evidenti del declino di un’umanità piegata alle proprie ipocrisie, cui manca lo slancio, il vigore e l’innocenza per professare un vero atto di fede.

Un’ assolutezza estranea alla pratica di vita, che consente la salvezza dell’anima, attraverso una liturgia dell’essere altro da se, che lambisce il volto senza lasciare traccia, addivenendo un qualcosa che non si è e non si sente.

Gesti vuoti e indifferenti verso una pratica interiore, che suggerisce un rapporto diverso col divino, basato sulla autenticità della propria condizione umana.

 

 

 

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giovedì, 08 novembre 2007

Nudi artistici

Sei straordinariamente intensa, vibrante, capace di sconvolgere gli assetti più consolidati , gli ordini costituiti, sei la fantasia che diventa realtà; l'entropia del cuore, delle vene, dei muscoli, della passione, che esplode in quell'incavo complice, che placa il piacere più forte e dannatamente selvaggio...sei la foga assassina che esplode sul fondo della tua pelle liscia e profumata, come la linfa del muschio appena raccolto. Sei la forza del mondo che riappare sulle membra cosparse di sudore estasiante, scivolato nell'incavo  del tuo seno tenero e sulle perfette linee concave e increspate dei tuoi glutei, mirabilmente nobili e dannatamente profondi da morirci dentro.

 

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giovedì, 02 agosto 2007

nespoloall2IL MIO PAESE INVENTATO

"L'uomo ha una mano piena di sogni e l'altra piena di niente, non si sa quale stia adoperando". 

INGMAR BERGMAN

La pioggia copiosa di giugno, scivolava lentamente sul duro terreno argilloso, battendo l’irta superfice d’orto sprofondata tra le facciate disadorne dei muri, elevate ai limiti dell’abbandono e della dimenticanza, nonostante gli sforzi e gli interventi di recupero messi in atto dall’amministrazione locale e dagli abitanti per la tutela e la salvaguardia del centro storico abitato.

Compressa dal sole cocente e dalle furiose impennate di vento, il corpo minacciava le ultime riserve di vita.

Un’innocua landa desolata, avvinta da erbacce di ogni foggia, con in testa lunghi tentacoli conficcati nei profili rettangolari della recinzione metallica, disegnava sottili trame di abbandono .

Il pergolato giaceva li, immobile e profumato, accarezzato dai tralci di vite aperti a velo d’ombra sul ciglio del borgo antico, mentre più in basso, elevata su stretti gradini in porfido, si distendeva una rampa di scale invasa dagli sterpi più che dai passanti "sacrificati" altrove in attesa di ritorno.

Il ritmo della vita qui scorre lento, al passo irregolare delle strade di campagna, ruvide asperità battute dal fango e dalla polvere.

Un’ esistenza parca, sollevata su granuli di terreno riarso, ingessato dal sole e dalla puntellata fermezza senza sbavature o eccessi, viene esibita agli occhi degli abitanti.

Perfino l’aperto sorriso di Anna stenta a definirsi, impigliato nelle sporgenze panoramiche di un balcone in vista sulla strada principale, o sugli infissi in legno sbarrati da tendine ricamate a mano e messe in bella mostra unitamente alle magliettine in cotone ricadenti sui jeans a vita bassa, adagiati sui fianchi stretti, come gli interstizi delle pareti prese in affitto.

Spazi angusti, dove muoversi con circospezione e cautela, evitando di cedere alle tentazioni dei sogni presi in prestito all’emporio vicino, intento a liquidare rigore e disincanto al prezzo convenuto.

"Smorfie gratutite" e sorrisi ammiccanti, invece filtrano nei profili rettangolari posti in bella evidenza, addosso a quel che rimane dei sbiaditi manifesti elettorali, sfibrati dal sole cocente e dai perenni malumori di un cielo votato a pioggia e ingigantiti dalla pretenziosa offerta politica, declamata a gran voce "dall’invadenza mediatica" platealmente servita sul piatto della sfida.

Una fantasia irrefrenabile impianta laboratori politici di dubbio gusto, concludendo improbabili apparentamenti, che soltanto lo stravagante cliché locale e l’inesauribile logica del potere esercitata senza margini di correzione, rendono possibili.

Paese "scomodo ", adagiato sulla diffidenza, incrollabile agli urti, dove gli avventori abituali si aggrappano a solide panche in legno poste in prossimità di un bar svuotato dell’abituale cornice mondana , trasferita in coda ai tavoli da gioco, sempre più simulacro di gloria a cielo aperto per "esperti eruditi".

Dove i vuoti e le attese si colmano con le speciali riserve di giornata, offerte dai tracciati in bicicletta, o in motorino per giovani in cerca di contatto ed ebbrezza, fuori dall'adunata degli obblighi e delle aspettative strette intorno.

Dove gli avventori occasionali si lasciano sedurre dall’ampia offerta fornita dal territorio, misurato interamente dallo sguardo ai piedi della montagna, sorpresa intorno ai sentieri turistici, inerpicati sulle pendici a sintetizzarne misura, temperamento, carattere e "necessarie ragioni d’essere".

Dove le cime elevate in alto, in segno di distacco dalle pratiche terrene, segnano il cammino sul crinale di una vetta, contesa tra reali aspirazioni in quota e una dura realtà da sorreggere, evidenziata dai passi spediti di Anna, allungati sul recinto del paese alla ricerca di mappe e percorsi praticabili prima di sfiorare la vertigine dell’abbandono.

Le scarpette da ginnastica e i lunghi capelli profumati; l’islam del bosforo e le derive occidentali della Turchia "innevata" di Pamuk; la fusion di Path Metheny e la ritmica che ne percuote il campo, si rincorrono sulla brezza del tramonto, che sul lungo viale alberato si libera tra le essenze di bosco, risvegliate dalla pioggia del giorno precendente, incidendo le iniziali del viaggio apposte sul timbro del biglietto per "Last Train Home", rilasciato dallo sportello del lettore cd agganciato alla cinta dei pantaloni.

Un’ indomita ginestra elevata a picco sulla facciata di un terreno abbandonato a ridosso della strada, tiene a bada da abbagli e tentazioni egemoni, accettando l’umiltà come condizione di vita e punto di partenza per costruire una dignità riconosciuta.

 

 

 

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lunedì, 21 maggio 2007

spighe

PROFILI DI PRIMAVERA

"Niente dura, e nondimeno niente passa. E niente passa proprio perchè niente dura". 

Philip Roth

L’oleografica e leziosa primavera riconsidera le proprie istanze, adattandole alle vicissitudini presenti dei vagiti in panne, sfuggiti al localizzo freddo dell’appendice di un calendario atipico e stravagante, che con frenesia e azzardo, anticipa nelle dimensioni e nei contenuti il "lessico famigliare" tipico della stagione sorpresa al varco.

Il cipiglio minaccioso e incombente, impresso dalle millenarie lotte contro l’inverno austero, si rimodella in volto, riadattando l’espressione ai più leggeri contorni dell’iride azzurro, captato dai segnali di luce, pronti ad invadere le pensiline e i balconi sovrastanti l’antico borgo medioevale, riscoperto nel luogo della toponomastica individuale.

Stravaganze e conferme, si intrecciano nel corpo del pennello di maggio, tratteggiando con mano ferma, parabole e soluzioni, in sintonia con la licenza d’autore fornita dalla natura dominante.

I riverberi taglienti del sole, frantumano le sfuriate policrome, emerse sulla piatta tavolozza,  cangiante e residuale specchio della forsennata violenza agitata sulle contrade agresti.

La terra riarsa si apre innocentemente alla punta luminosa dell’acciao della fresa, che con veemenza solleva gli spessori delle zolle, prima di ridepositarli morbidamente per la semina.

Il forzato contorno del verde, si allunga sulla rarefatta liquidità del volto stropiacciato e teso della campagna circostante.

Il profumato glicine in fiore, risale la china inerpicandosi sulle crepe profonde dei muri incisi dal tempo, spalleggiando in dissonanza un’avveniristica scala metallica a chiocciola, che con assurda pretesa di modernità, tenta di raggiungere il giardino sottostante.

Il crepuscolo del tramonto, non declina mai sfumature malinconiche e decadenti, ma afferra le ultime riserve di luce per dispensare affetti e calore alle coppiette che sopravanzano le stradine periferiche, pronte a riannodare le estremità dei sogni al centro dell’universo vissuto , oppure a salutare il rientro a casa, benedicendo la ritrovata vena familiare riunita intorno al tavolo della cena.

Sapienti alchimie, che si alimentano del conforto degli ideali e delle struggenti passioni, che con sapiente "rigore artistico" e fedeltà si rinnovano .

Come le "futili ricorrenze", che l’inappuntabile calendario disegna come "atto dovuto", di un protocollo severo che non ammette sviste, allorchè con metodo e caratteristica personale, spegne le speciali candeline di auguri e felicitazioni a firma elettronica, o in bigliettini d’autore .

"Sconvenienze dei ritorni", calcolati sulla traiettoria della vita che per un giorno si interroga sul valore dimostrato e su quello ancora da far valere intorno alle necessità del tempo che fluttua, tra felicitazioni, baci, affetti e facoltà di sorprendere chi ti è vicino.

In mezzo, l’eclettico sorriso di Sogolene Royal rubato ai frammenti spogli di un tg, o alle istantanee "coscienti" dei quotidiani immersi tra le sfere nobili della polica, tra Pantheon e dei da declinare a seconda delle convenienze e delle necessità, come emblema di riferimento di quella "bella politica" permeata di contenuti e valori, che rievochino il mito di quel maggio francese del sessantotto, quando la grande utopia solcò strade e piazze, al grido di cambiamento e rinascita civile.

La gentilezza e il garbo sopravanzano le solide barriere dei luoghi comuni e degli stereotipi tipo, agganciati al mito maschile, che disciplinatamente segue le rovine di un sistema marcato troppo dal gene rivale.

La rosa rossa tesa sul pugno del socialismo europeo, dispensa carezze e profumi ai " discepoli di massa" presi in contropiede dalle bizzarre fusioni nostrane intorno al nascente partito democratico, fredda e instabile alchimia, di risultanza incredula e dalle connotazioni vagamente oligarchiche di partito, che smontando gli assetti della società civile ne riduce di seguito la rappresentanza.

E poi c’è l’america agognata del costume politico, quello da esportare "clandestinamente" anche da noi, che si interroga sulle proprie sorti di paese , rimettendo in discussione certezze acquisite, come il mito della guerra preventiva presa in prestito come arma di difesa da esibire al terrorismo, e che fra scetticismo e incredulità riscopre il mito di uno degli autori più amati e controversi dell’ultimo ventennio, quel Philip Roth che nel suo " Everyman", si confronta con il "necessario destino" legato alla morte, incombenza " viva" guardata in faccia senza veli e ipocrisie, fuori dal contesto "irregolare" di trascendenze esibite o macchinazioni del progresso(il mito di Blade Runner) tese ad esorcizzarla.

"Riflessi d’autore" evidenziati da un fastidioso vento, in procinto di violare gli agili profumi, che in variegate essenze di rosa, fiori di acacia e ginestra agitano le acque, prima di raccogliersi intorno alla platea dei sensi stordita dagli indecifrabili "indirizzi".

Pura estasi meditativa, lanciata in assenza di gravità e sospesa nel vuoto della sera tra le tenue luci gialle, sapientemente ricomposte "sull’antico sentiero" sfrattato dai lampioni accecanti e riaperto alle porte dell’amarcord di un passato che torna , si riaccumula, o che forse non è andato mai via .

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lunedì, 02 aprile 2007

eclisse-luna-bigSTREGATI DALLA LUNA

" Il sole è il passato la terra il presente la luna il futuro "

PAUL AUSTER

La gotica cupola del silenzio si innalza ripida e solenne, sospendendo le punteggiate vesti del paese intorno alla pietra dei muri a faccia vista recanti in corpo le sporgenze del tempo e dei perduranti acciacchi patiti.

L’asfittica comunità locale si gode la palude stagna di quotidianità, immersa tra gli avanzi del giorno consumati lentamente intorno al marmoreo bancone di un bar, recante fuori insegne luminose impresse di proclami di pacato abbandono.

Frammenti di luce si disperdono intorno ai viali del borgo, imbrattato di manifesti pubblicitari invitanti allo shopping di maniera sostenuto dalla rinnovata vena economica che nell’ultimo bimestre ha fatto registrare un significativo più due per cento come non accadeva da tempo.

Panchine immobili e umide si godono gli spazi lasciati liberi dalle mancate soste dei passanti, intenti per lo più a misurarsi tra le pareti amiche con gli atteggiamenti tipici della cadenza quotidiana e i rumori degli armeggiamenti consueti .

L’inverno anomalo e destrutturato dalla mitezza del clima, smussa gli angoli di fredda intransigenza concedendosi appieno all’illuminato profilo dell’orizzonte, molto meno caduco e più maturo a fronteggiare la rinnovata sfida della luce.

L’accademia del fare, impianta laboratori ed iniziative individuali volte a verificare il livello di affidabilità della stagione, maledettamente contraddetta nei termini dalla prematura fiorituta delle piante.

Moniti e minacce si levano dalla sfera pubblica del pianeta circoscritta nelle "magnifiche sorti e progressive" della scienza e della tecnica, pronte ad invadere le ultime riserve di vita gelosamente custodite nel sacro vincolo della natura e delle sue leggi.

I dettami del servizio e delle conseguenze permanentemente monitorate a tavolino, in domeniche a piedi e quant’altro, rincorrono i fantasmi delle ire e delle vendette trasversali perpetrate sottoforma di eccessi climatici e violenze repentine.

Cassonetti indifferenziatamente ricolmi diventano preda di gatti randagi pronti a rovistare la misura colma del livello di ingordigia.

"La neutralità della terra" gravata di minacce di morte, rischia gradatamente di perire al rantolo di una gallina diventata preda di un allevatore furibondo all’atto della sottomissione

"La custodia del bene" si riapre al cospetto dei petali di prugne prematuramente sfioriti lungo il viale della passeggiata sfibrato dal cemento dell’abusivismo edilizio.

Le buche dell’asfalto rabberciato sprofondano nella spregiudicatezza del potere che come uno stantuffo ne muove le leve polverizzando i principi della morale, della convivenza civile e delle regole che determinano il grado di civiltà di un popolo.

Il tutto mentre sul teatrino della politica aleggia un remake da prima repubblica con variazioni sul tema del "Come far cadere sciaguratamente un governo atteso per cinque anni", con "personaggi biblici "in perfetto ordine di apparizione sugli scranni del senato a godersi per una settimana le luci della ribalta, improvvisando una recita a soggetto, fuori copione dalle indicazioni di voto delle segreterie dei partiti e consociazioni varie.

Parodie lontane tuttavia, sfinite e arrancanti sulle sponde dei ruscelli riarsi rigenerati dalle piogge improvvise che bucano i campi molli arati per la semina che grantirà le provviste per il prossimo inverno.

O tra le spoglie pendici dei monti, preda di razie dei tagliatori di legna pronti a fare scorta prima della fioritura degli alberi.

Tra gli immaginari percorsi turistici che vi si inoltrano diventando meta di ritrovo per le scompaginate carovane turistiche dei fine settimana.

Tra gli sconsolati viottoli del paese, appassiti dalle ruberie del tempo e dal sofferente grado di spopolamento e abbandono.

Tra le redivive mura domestiche adorne di riproduzioni impressionistiche, pendenti libere tra scenari naturali furtivi che si fan gioco del soggetto umano immergendolo nelle fantasie dei colori ; o tra gli scaffali polverosi in legno ricolmi di ponderosi manuali di saggezza disciplinatamente allineati in ordine d’ autore e casa editrice.

Tra gli spessori dei rami appesi al legno a conservare ornamenti di memorie generazionali, che sotto il segno opaco della caducità si insinuano sulle maniglie ricurve di una pentola, o nelle cavità circolari di una conca un tempo custodi vita.

Come lontane appaiono le fantasie vibranti ai solidi occhi che imperterriti sull’asse sole, terra, luna, svettano a catturare le scintille dei bagliori rifessi sulle volte di un cielo sereno, che ansioso attende fino a notte fonda che il rosso opaco dell’eclissi offuschi l’astro, cancellandone i pensieri che gravidavano intorno .

Traiettorie di vita che si annunciano in successione a marcare i punti di un sabato sera qualunque, annegato tra le smisurate vette di un desiderio aggrappato al confine dell’universo come il naufrago alla terra ferma.

 

 

 

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mercoledì, 14 febbraio 2007

figli di un dio minore 2" UNA STELLA DI NOME ANNA "

" Essere solidali significa lasciare che ciascuno trovi la propria identità ".

GARCIA MARQUEZ

La granulosa neve che per settimane aveva avvolto il paese sospendendolo dal suo assetto geografico reale, lentamente andava sciogliendosi, liquefatta dal sole tiepido di febbraio si dissolveva tra le braccia del giorno incontrando le imboccature dei discendenti dei tetti scroscianti come un abbondante raccolto d’autunno.

L’intercapedine dell’innocenza che fino a quel momento aveva retto ai segni della regolarità del transito e del prefisso quotidiano inciso su pietre di porfido, improvvisamente si apriva buttato giù dal maglio della ripresa delle attività che con "sberleffi e canzonature lente" pian piano si rimetteva in moto.

A salutarne la ripresa entusiasticamente c’era anche Anna privata del suo tempo e dello spazio, sempre troppo angusto e ristretto per muoversi con la grazia e la delizia che gli erano proprie,  rapita e sacrificata sugli scalini della vecchiaia alzatisi improvvisamente ai suoi occhi il giorno del suo arrivo in Italia.

Una vecchia abitazioni con stufa a legna a pieno regime scaldava il cuore di quel suo primo inverno lontano da casa.

Rigore morale e resistenza fisica ai dettami del dovere segnavano le giornate trascorse per lo più a contatto vigile con le "marcate rovine" di una donna dispersa tra un’alcova disfatta e una vecchia poltrona consunta.

Ricordo ancora il giorno del suo arrivo, una domenica umida di gennaio segnata da un’insolita nebbia mentre la ricorrenza del santo patrono scorreva lenta sulle note liete della banda musicale e i timbri delle campane a festa a certificarne l’autenticità.

La sua presenza non passò inosservata, soprattutto a quella nutrita schiera di giovani fedeli radunatisi lungo il sagrato della chiesa, sorpresi da ciò che quella fitta coltre di pulviscoli atmosferici disposti nell’aria impediva di vedere.

Una monumentale bellezza disposta in alto su lunghe leve e abbracciata in vita da un jeans e un giubbottino verde, presenziava discretamente alla cerimonia accanto alla statua elevata in trono.

Lunghi capelli biondi liberi di scendere sulle spalle esaltavano un portamento regale che nessuna miscela artefatta di cosmesi era in grado di riprodurre.

Il contesto abituale e ridondantemente fittizio della liturgia d’osservanza, venne allentato da quella misurata grazia santificata in corpo dagli "sguardi pagani" mai tanto sinceri e devoti.

Come sinceramente devota era l’ inquadratura del suo volto, solenne come la ricorrenza che si andava a compiere, disperso nel vuoto tra i profili delle nuvole che diradandosi lasciavano posto all’azzurro vitreo dei suoi occhi mai cosi atteso e sperato da una comunità che aveva smarrito il valore della speranza.

La "necessità" cosi per un giorno si inginocchiava alla ricerca di un ideale di bellezza, che contemplasse uno spirito nuovo, avvolto sulle fasce argentee di un viso bagnato dall’umidità, che assolvesse il compito di riannodare le fila di un discorso spezzato, attraverso una sintesi mirabile di invocazione mistica e pratica terrena.

Avvolta da curiosità incredula, Anna sorvolava il corteo con naturalezza, partecipando con ossequio e dedizione alla liturgia del pastore indiano, che in un italiano abborracciato, tentava sotto la cappa ecumenica della nebbia avvolgente di ergersi a ministro dell’ universale chiesa.

Gli sguardi ammicanti e indagatori degli uomini e quelli più severi delle loro mogli e compagne trapassarono il profilo filiforme e altero che conferivano alla cerimonia uno spessore ieratico degno dell’antico Egitto.

La domenica divenne cosi per lei il giorno per eccellenza, quello da godere come scansione del calendario di una nuova stagione di vita, dove il profumo e il sapore della libertà assumevano un valore determinante scacciando gli incubi del resto della settimana trascorsa tra strepiti imprecanti di una vecchia mai doma, armeggiamenti e rumori di pentole da cucina, piatti da servire e strofinacci e scope pronte a spazzare e detergere la mestizia e la malinconia annidatesi in quell’ambiente.

I giorni trascorrevano rapidi, intervallati spesso da notti bianche spese per lo più a rialimentare una vecchia stufa che ininterrottamente pulsava calore fondente da soffocare anche i sogni e le speranze più ardite, che con la luna piena si riproponevano con forza.

Le albe dorate poi avevano l’indiscutibile pregio di far rivivere quegli sguardi che la mattina seguente si sarebbero di nuovo appuntati sulla sua sagoma, appesa lungo il tragitto che portava all’alimentari o alla farmacia vicina

Sguardi che sfidavano l’imperturbabile flessuosità del suo corpo elegante, che su passi regolari si staccava sotto un asfalto ruvido battuto da stivaloni neri sovente accompaganti da pantaloni che ne evidenziavano curvature e rilievi sempre molto in tono.

Sguardi che non potevano violare un’ individualità irrintracciabile, sfuggente a volte sospesa come le segrete visioni mai trasmesse.

Quei riflessi cangianti che si muovevano in linea con la luce e con la spirale del desiderio avvolta su uno scialle nero, si stringevano improvvisamente sulla via del ritorno, intorno ad un arco in pietra viva, prima di perdersi definitivamente sul marmo delle scale, freddo e lucido come la consapevolezza del doloroso rientro.

La resistenza issata sulle barriere di quei muri eretti a paradigma della solitudine scavata sulle fondamenta di quella casa tenuta in piedi dai suoi servigi, servi a fortificare il seme della speranza, gelosamente custodito tra le crepe di quelle pareti adorne di immagini sacre cui giungevano forti gli echi della vita, che l’imminente arrivo della primavera avrebbe dischiuso e germogliato.

 

 

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martedì, 19 dicembre 2006

figli di un dio minoreFIGLI DI UN DIO MINORE

"Ma l'uomo non è fatto per la sconfitta.L'uomo può essere ucciso, ma non sconfitto".

ERNEST HEMINGWAY

Iniziano presto le giornate di Ramath, di primo mattino, al levar del sole, quando la luce baluginante sulla spinta del giorno dirada le residue ombre, scrostando con rapidi bagliori le rovine della notte rimessa dalla supina quiete, quando le costole della vita forzatamente si sollevano dal tepore delle membra spalancando le porte alle umide nebbie adagiate sugli involucri di strada carichi di bisogni e di necessità.

Iniziano sulle rigide impalcature di un cantiere abusivo tra rotoli di calcinacci stampati sulle scheletriche armature in ferro e blocchi di tufo eretti sulle mura maestre per puntellarne struttura e assetti.

Ramath li solleva uno ad uno sotto il peso di un’esistenza stretta, che incolla i residui spazi di fuga al passante dei ricordi sacrificandoli sull’altare della sopravvivenza che vanifica speranze e aspettative.

Esaltazioni e rapide fughe in avanti si arrestano su un presente rivelatore impigliato sulle spine dell’incertezza e degli approdi mancati.

Frammenti di un’esistenza dignitosa si stampano sull’ effigie di emigrante, contratta nella lontana terra d’origine e rabbiosamente difesa dagli untori degli stereotipi appassiti e dal destino tremulo in perenne agguato.

Dietro intanto il vento dei ricordi solleva le umide foglie morte dell’inverno che sul fare della sera si cospargono di una fitta malinconia sorpresa nel candore dei suoi occhi verdi di eterno bambino strappato alle vesti dell’innocenza.

E mentre i solidi colori del tramonto declinano tutte le possibili varianti dei soprusi, delle sperequazioni e delle ingiustizie subite, le peripezie anarchiche del suo convinto amore per la vita scatenano sulle orme antagoniste, rime taglienti sull’inviolabilità dei diritti umani, sugli squassi della globalizzazione e del liberismo selvaggio, sui rimpianti e i tradimenti che la grande utopia comunista ha sollevato e sepolto sulle rovine del muro di Berlino e sul sacro rispetto degli ideali di lotta contro tutte le ingiustizie del mondo.

Parole che si allargano sulle lunghe mani aperte fino ad abbracciare le ultime ondate migratorie che incessantemente si susseguono negli stessi punti della curvatura umana.

Parole che invariabilmente si appuntano sui destini dei compagni di viaggio incrociati in una livida sera di dicembre, tra le righe di un viale alberato, scortati dall’immancabile bottiglia di birra pronta a subentrare alle ire della misera paga giornaliera.

Un’ira mai doma che si compenetra nell’orgoglio ferito, sotto un jeans e un piumone made in china che accompagnano lo scorrere incerto dei passi lenti ma inesorabili sotto il rumore fitto della ghiaia, alla vista di una panchina in ferro fino a qualche mese fa meta per coppiette di innamorati.

Tornare a casa poi è come tuffarsi tra le pareti della solitudine che veementi si innalzano sulle antiche mura maestre, ornate all’interno da immagini sacre, eredità concessa dagli antichi proprietari, e da suppellettili nobilitate dal tempo e avvizzite dai tarli, ma pur sempre pronte ad ospitare i segni di un’esistenza dimessa.

Dove il dominio del marrone si interrompe solo tra le pagine di " Pradiso" di Toni Morrison emblema di rifugio per vite mancate.

Dove il calendario è sorretto al filo dell’emarginazione anche la domenica quando le speranze di redenzione si ricompongono al passo del popolo della festa e al suono largo e stridulo delle campane.

Dove i vicini di casa maleodoranti di pietas cristiana dispensano aiuti a costo zero, in cambio dello status sociale rivalutato dall’inflazione dei diseredati.

Dove la sigaretta accesa emana un malumore che incrocia gli attimi annegandoli sul pantano del tempo sempre più largo e immobile.

Dove il passo lento della monotonia si cadenza proprio sulle rive di quel ruscello saldamente innocuo, che un tempo nelle quieti notti d’inverno faceva udire lo sciabordio dell’acqua oltre la riva.

Cosi quando lo smarrimento incalza staccandosi dalla caligine fumosa dei camini ardenti, il timone della rabbia guida sull’asfalto umido e luccicante dei riflettessi dei lampioni, la lucida voglia di fuggire .

Sulla lunga strada antistante il parco, lastricata di speranze per un permesso di soggiorno che tarda ad arrivare, Ramath solleva il lettore cd lasciandolo scorrere sulle note temperate di " Aja" degli Seely Dan e riallineando le frequenze distorte di una giornata da dimenticare, fa spallucce alla malinconia precipitandosi sicuro sugli ampi spazi concessigli dal lungo viale alberato, dove i rami spogli si innalzano fino a lambire il dominio di un cielo plumbeo, velatamente incline al tramonto, strappato ad una cornice surreale ridefinita dall’ebbrezza di sentirsi finalmente libero da divieti e restrizioni.

Passi forti e sicuri si imprimono sulla linea dell’orizzonte, allargando il respiro sulle orme trasfigurate della realtà dominata ora dalla voglia di stupirsi, con l’umiltà lasciata libera di scorrere sulla zip del piumone ogniqualvolta il freddo cinismo "recita il rosario".

E quando il dominio si allarga espandendosi sulla lunga mappa dell’esistenza ritrovata, tutto allora sembra tornare ; le aspirazioni, i sogni e gli amori percepiti soltanto dallo spioncino della porta ogniqualvolta Anna passando cattura il suo sguardo.

Questo Ramath lo sa . Sa che la timidezza di esporsi e il coraggio di non rinunciare all’amore e alla vita si compenetrano, stretti forte intorno al fusto dell’albero storto della pianta umana.

 

 

 

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mercoledì, 08 novembre 2006

LL'AUTUNNO DEL PATRIARCA

" Vado a lavorare la terra, ho bisogno di sentirmi prossimo ai miei simili. Non voglio insegnare niente, voglio imparare da loro; ascoltare cosa dicono, ascoltarli quando cantano e quando imprecano e quando fanno all'amore, e sentire la poesia di quel che fanno, e far come loro. Perchè tutto quel che fanno, e che prima non capivo, tutto quel che fanno è santo." JOHN STEINBECK

Il colle che abbraccia la distesa di castagneti si erge altero e imponente ai piedi della sorgente del mattino, sbattendo in faccia all’ antica fronte del paese, quella che un tempo costituiva l’antico borgo medievale, tempio di ricordi e tradizioni secolari, ignominiosamente ricoperte dall’infelice mano del cemento dei ripristini e dalla spinta rapida verso la "modernizzazione".

La strada d’accesso che vi si inoltra perimetralmente, taglia di netto i sottostanti spazi cogliendone insieme le rare e preziose gemme delle sfumature d’autunno; con i meli in odore di grazia per l’abbondante raccolto, i vigneti spogli della vendemmia appena consumata e le fitte radure delle fronde di quercia e carpino impreziosite in corpo dai variopinti colori offerti da questo caldo scorcio di stagione.

Orientandosi più a nord ci si imbatte nella fiera postura dei castagni , audacemente tenuti in piedi dal tempo e dalla dura tempra, rimarcando la differenza di struttura e di confine con la restante vegetazione, costituita prevalentemente da arbusti di quercia e fronde di faggio cromaticamente venate di rosso in richiamo ad antichi legami di passione con la terra d’origine.

"Abbassando il tiro", poi, il restante sottobosco  si apre ai gusci di riccio e ai cumuli di castagne, sparse e pronte per essere raccolte dagli indomiti proprietari, sospinti dalla tenacia e dalla pazienza , tra rumorose foglie morte cadute sul fondo del terreno duro e insidioso per la perdurante siccità e sporadici funghi emersi dall’humus propizio fornito dall’umido scirocco e dalle fitte piogge cadute.

Intorno domina un robusto silenzio inghiottito fin sulle estremità della mente, indifferente perfino ai rumori tonanti delle doppiette e delle rare automobili che solcano le strade selciate lasciandosi attraversare da una scia polverosa di pacata quiete .

In mezzo, il sole abbacinante di ottobre, offende la vista quasi, deviandola sulla tempra della fucina pronta a forgiare le bordadure cromatiche delle fronde variopinte in un declivio di sfumature dal verde al marrone, passando per il rosso, prima di frantumarsi definitivamente in mille rivoli sulle chiome reclinate in basso e le schiene doloranti dei contadini .

La luce implacabilmente complice, inveisce sui loro volti scarni e bruciati dal sole, da dove emergono i chiari segni del tempo e della fatica accumulata in ore e ore di duro lavoro, scandito da infinite peregrinazioni tra ceste da riempire e sacchi da sollevare fino in cima alla strada.

Volti innocenti, comuni, rivisti fuori mano dalle istantanee del tempo, uniti dalla padronanza del dovere e dalla volontà di dominare una realtà plasmandola sulla corteccia dura delle proprie mani.

Con in alto il colle pronto ad esercitare minacciosamente il proprio dominio su un destino già segnato e impresso sulle iniziali del dolore e del sacrificio necessarie a scongiurare le premesse "all’incondizionata resa."

Nessun’altra logica o senso di appartenenza e nessun’altra istanza da rivedere.

L’essenzialità del carattere e la tempra ricresciuta della condizione umana diventano paradigmi indeclinabili.

La sera colma di stanchezza porta con se il peso dell’appagamento e della percezione delle distanze siderali di vita con il resto del mondo e con l’idea di "civiltà e di progresso".

Fuori la calma piatta e imponente frustra il desiderio di "rivolta" e di "fuga" dall’ordine costituito, omologando ancora di più la già consolidata vena.

Le rare concessione che si divengono sono costituite dal sacro rituale della convivialità, banchetto di vita a cui nessuno si sottrae presenziando con il dovuto buonumore e la pratica dell’ accoglienza che periodicamente si rinnova e si tramanda, trovando posto nei bar o nelle osterie , dove un buon bicchiere di vino e il calore familiare riaccendono valori e sentimenti che il tempo e l’uniformità della globalizzazione non hanno ancora spento.

L’antitesi con il mondo e con le sue figure trova posto nei "profili di massa" e sulle pareti dei muri avvizziti.

Cadono le barriere del tempo e con esse il privilegio della casualità di accomunarsi al luogo.

Cosi mentre la luce gialla delle lampade si disunisce sulle lastre di porfido sempre più intrecciate asimmetricamente tra loro, l’umida vischiosità della sera va ad affrescare con rinnovata lena gli antichi archi d’ingresso delle case, irrorati dal colore dei ricordi e dalle fondamenta della storia di chi qui ha imperversato a lungo.

Alla sera poi quando il battito della vita si arresta aprendosi al grande respiro del mondo, gli spasmi si rincarano attorno al crepitio dei tizzoni ardenti di un annerito camino e alle "fantastiche" venature degli opachi soffitti in legno, spianati in alto dal desiderio di ricevere l’avido abbraccio del calore delle membra sopite sul fondo della notte quieta .

postato da: paoloberna alle ore 21:10 | Permalink | commenti (22)
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