NEL CUORE DEL PAESE
"Vivo, soffro, sono qua. Con l'astuzia e con l'inganno, se necessario, lotto per non essere tra chi è stato dimenticato dalla storia." J.M.COETZEE
I rintocchi veementi delle campane dei vespri, fiaccavano le resistenze del giorno schiacciandolo sui rivoli di luce gialla sgorgata dal braccio dei lampioni, ripiegato intorno alle vecchie e statuarie mura, pendenti lungo il profilo del borgo.
La ruota dell’estate, slittava intorno al rugginoso perno dell’altalena che l’aveva a gran voce acclamata, gracchiando tra il cicaleccio rumoroso delle catene agganciate su solide assi di legno, scavate tra l’erba appassita.
Il campanile svettava in tutta la sua magnificenza, ergendosi come estremo baluardo di difesa dall’arido vento sfilante da nord, che di qui all’inverno, avrebbe imperversato dalle granitiche montagne, sfrondando il residuo fogliame rimasto indenne sulle imponenti chiome d’ippocastano.
La stagione degli incanti sfioriva invano sulle umide nebbie, sopportando il rimpianto delle attese e il peso schiacciante sulle giornate che, a dire dei New Trolls “sembravano eterne”, ricolme di una sprigionante energia, quando il giorno balenava il proprio fulgore accecando i segni della sventura, lontani ancora da venire.
Il miracolo allora non impiegava molto a considerarsi, trasposto sui fili di un terrazzo, tra le estremità del volto disteso di Anna e un malcelato sorriso affrescato nei suoi occhi, reso ancora più dirompente dai profumi del bucato disteso.
Il paese ripiegato ora in un greve silenzio, ritrovava i segni dell'amenità rapita dal fugace folclore turistico, riportando in luce i millenari resti di un corpo sopravvissuto agli assalti dei briganti e dei ladroni.
Agli stenti e alle privazioni; alle guerre e alle malattie;alle fatiche del giorno e a quegli slanci sostenuti tra le “involuzioni “ granitiche di una montagna cannibale e autoreferenziale, che ignara di tutto, inghiottiva se stessa e il resto del mondo con lucida fermezza.
Una fermezza di principio su cui misurare il rapporto con se stessi e il circostante, rivisitato senza paraocchi attraverso una solida disciplina terrena, utile a comprendere la bussola dell’esistenza nello spaesamento continuo.
Le impennanti traiettorie dei fumi dei camini, o la scioperataggine dei perdigiorno accampati nei bar a godersi il tempo scendere su un mazzo di carte, intorno ad un tavolo da gioco, con i solidi contorni di alcol ad accompagnarne le virtù, non offuscavano il sentiero di via tracciato dallo sguardo fermo al suolo delle pianure dei campi e sui pendii scoscesi, dove i boschi di castagno feriti dall’inchiostro endemico del male perivano silenziosamente.
Il tempo rimaneva il custode più fedele di un dettato, riscritto occasionalmente al passante distratto o al visitatore di turno, banalmente concentrati nell’indifferenziato contorno.
“Il mantra”dei chiavistelli delle serrature, liberava la mente da un silenzio stipato fin nelle più profonde cavità, aprendo le porte del giorno al regolare trillo della sveglia, che di soprassalto schiariva la visuale dei sogni sfumandoli al risveglio.
La legge della natura confliggeva con quella degli uomini, quando le necessità di vita di un platano secolare, abdicavano all’inopinata ragion di stato dell’abbattimento, per la salvaguardia di un terrazzo sorto sul ciglio della strada dall’assalto delle radici; o quando l’esistenza di un gattino randagio, si consumava rapidamente tra l’uniforme indifferenza dell’asfalto bucato dalla velocità delle macchine, troppo elevata per l’abituale cadenza del ritmo quotidiano, pronto a sostenere il peso della vita, quando questa lo avrebbe richiesto.

LA BELLA ESTATE
IL VANGELO SECONDO GESU'
IL MIO PAESE INVENTATO
STREGATI DALLA LUNA
" UNA STELLA DI NOME ANNA "
FIGLI DI UN DIO MINORE
L'AUTUNNO DEL PATRIARCA